IL SOLLIEVO NON È UNA POLITICA.
di Vincenzo Marini Recchia
Il voto di midterm ha concesso un tempo. Sarebbe imperdonabile sprecarlo.
Il popolo americano, chiamato a pronunciarsi nelle elezioni di Midterm sulla presidenza di DJT, ha respinto la politica dell’attuale amministrazione in modo inequivocabile. È probabilmente importante per gli analisti politici - soprattutto se repubblicani - capire quale sia l’aspetto che ha squilibrato il bilancio del consenso, ma il dato fondamentale è che non si è trattato del tradizionale fisiologico abbandono di metà mandato, bensì di un’onda travolgente che ha radunato ed accumulato tutti i quotidiani dissensi da una postura politica arrogante, culturalmente divisiva, costituzionalmente discutibile, che ha accumulato un forte sentimento, non solo domestico ma anche internazionale, di rifiuto. Il sentimento locale globale della gente comune, la sera dei risultati, è stato quello di un maggioritario e spontaneo respiro di sollievo.
Da qui occorre partire, perché la partita tra liberaldemocrazia e tirannide, che vuole riscrivere a suo vantaggio le regole della coesistenza pacifica, è ben lungi dall’essere vinta. Il popolo americano ha fatto la sua parte, ora, confidando che i democratici americani sappiano usare bene ed intelligentemente la forza parlamentare che hanno conquistata.
Ma è anche il momento del coraggio, dell’orgoglio e della perspicacia politica degli Europei.
È l’ora della consapevolezza che l’esito finale dell’azione di chi vuole controllare il futuro planetario si svolgerà nel Vecchio Mondo, quel mondo che ha visto affermare i valori della democrazia politica e dello stato di diritto.
Dipingere di rosa lo stato della situazione dell’EU e del resto del continente sarebbe completamente sbagliato. Altrettanto lo sarebbe cedere al pessimismo e all’opportunismo. Intanto non sottovalutiamo l’effetto contagio che ha nella coscienza individuale di massa il voto di Midterm americano. Poi c’è il grandissimo capitale morale dell’eroismo di un popolo che - ormai si avvicinano 5 anni - resiste eroicamente all’aggressione del Golia armato di tutto punto.
Quel popolo, che nessuno a Washington, né a Mosca, riteneva capace di reggere più di qualche settimana, ha mostrato al mondo che la libertà non è un lascito ereditario da custodire in teca ma una conquista che ogni generazione è chiamata a rinnovare, e a pagare. Gli ucraini non difendono soltanto i loro confini; difendono il principio stesso che i confini non si spostano con i carri armati, e che la forza non genera diritto. Su questo principio l’Europa ha costruito, dopo due guerre fratricide, la più lunga stagione di pace della sua storia. Abbandonarlo per stanchezza o per calcolo significherebbe rinnegare se stessa.
Ecco dunque il compito. Il voto americano non consegna all’Europa una protezione ritrovata ma un intervallo, un tempo concesso. Il presidente resta alla Casa Bianca con i suoi poteri e la sua inclinazione a esercitarli oltre i limiti, e nessuno può prevedere chi raccoglierà il testimone nel 2028. Sarebbe un errore imperdonabile tornare a dormire all’ombra dell’ombrello atlantico come se nulla fosse accaduto. L’Europa deve usare questo tempo per fare ciò che rinvia da decenni: dotarsi di una difesa comune credibile, di una politica estera che parli con una sola voce, di istituzioni capaci di decidere senza essere ostaggio del veto di chi, dall’interno, lavora per indebolirle.
Perché il nemico della liberaldemocrazia non sta soltanto oltre il Dnepr. Sta anche nelle nostre capitali, nei movimenti che hanno guardato a Washington e a Mosca come a modelli, che hanno coltivato il disprezzo per le istituzioni, per la stampa libera, per la magistratura indipendente, per le minoranze. Costoro escono da questa notte elettorale privati del loro punto di riferimento più potente. Non è poco; il consenso populista si nutre dell’apparenza dell’inevitabilità, e l’inevitabilità è stata smentita nelle urne del Paese che sembrava averla consacrata.
All’Italia spetta in questo scenario una responsabilità particolare. Paese fondatore, potenza manifatturiera, culla di quella civiltà giuridica da cui discende lo stato di diritto, non può limitarsi al ruolo di mediatore opportunista tra le due sponde dell’Atlantico, sempre pronto a schierarsi con chi sembra vincere. È il momento di scegliere con chiarezza la parte dell’Europa, della democrazia rappresentativa, del diritto internazionale.
Il respiro di sollievo di quella sera è legittimo.
Ma il sollievo non è una politica.
La storia insegna che le tirannidi non cadono per esaurimento spontaneo; cadono quando trovano di fronte a sé uomini e popoli decisi a non cedere.
Gli americani hanno ricordato di esserlo.
Tocca ora agli Europei dimostrare di non averlo dimenticato.
