DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DI VECCHI TIMORI
Non condivido tutte queste paure che la cosiddetta intelligenza artificiale possa soppiantare gli esseri umani, o evolversi, alla Darwin, diventando umana, pensante, e/o fondersi con noi.
Niente di artificiale, infatti, avrà mai empatia e coscienza.
Intelligenza è saper riconoscere un problema tra tutti quelli che conosci, e saper trovare la soluzione, tra tutte quelle che conosci.
Coscienza è poter decidere se applicare o no quella soluzione; perché se quella soluzione farà del male a qualcun altro (e te lo avrà detto l’empatia), tu umano è possibile che decida di non adottare quella soluzione.
L’AI non sente mica quella fitta allo stomaco che avverti quando vedi piangere qualcuno, o incontri un barbone, o un cucciolo che ha smarrito la madre, o chiunque abbia bisogno. Non ha il dono dell’empatia, né la coscienza sociale universale, ciò che il credente chiama anima, e -ne sono convinto- manca tanto ai miscredenti. Ai miei amici atei materialisti che non hanno il dono della Fede, sono solito chiedere:
“Ma a te piace più fare sesso o far l’amore? Non è forse vero che quando fai l’amore con la persona di cui sei innamorato, e che è innamorata di te, è tutt’altra cosa che fare semplicemente sesso tra sconosciuti o quasi? Non è allora, e solo allora, che diciamo che è stata una fusione tra due anime?
Per scendere nel quasi triviale: ‘prova a far l’amore con un PC, o con un robot!’
L'AI esamina un problema (e ne suggerisce la soluzione) analizzando dati, numeri, ma non esistono -e non esisteranno mai- sensori in grado di misurare le sensazioni. Perché Mario sente muoversi le farfalline in zona pancia quando vede una rossa con 94 lentiggini su carnagione chiara, e occhi verdi, e Giorgio, se le lentiggini sono 95, distoglie lo sguardo; idem, Giovanna quando incontra un palestrato si mette a ridere e non prova niente, e Paola invece sente le farfalline.
No. Non temo i robot né l'Intelligenza Artificiale, non hanno emozioni.
C’è poi la paura che l’AI possa creare disoccupazione. Paura idiota, discorso sciocco, che torna di moda ogni volta che all’orizzonte compare un’innovazione tecnologica.
Come quando (solo per fare un esempio) apparve la mietitrebbia, che in 3 giorni e 4 operatori faceva il lavoro di 20 salariati agricoli in 6 giorni.
Non accadde che quella innovazione tecnologica portasse per sempre alla fame un centinaio di lavoratori, o una ventina di famiglie. Né, nelle fabbriche, ad ogni nuova tecnologia corrispondono disoccupazione e tragedie nel mondo del lavoro.
Ci vuole tempo per i cambiamenti, ma avvengono.
Col tempo, si passò dalle 60 ore lavorative la settimana alle 54, poi alle 50, poi alle 45, poi alle 40, a parità di compenso mensile.
Con altre innovazioni tecnologiche si è arrivati alle 36, ed ora [già in sperimentazione] si passerà a 36 ore spalmate su 4 giorni lavorativi e 3 liberi alla settimana. Che, se messi una volta prima di quelli lavorativi, ed una volta dopo, creano periodi liberi lunghi 6 giorni 5 volte l’anno, oltre i normali ponti e le normali ferie.
Sempre, ovviamente, a parità di compenso.
Le nuove tecnologie devono migliorare le condizioni di vita degli umani.
È compito degli Stati regolamentare i vantaggi provenienti dalle innovazioni tecnologiche, in modo che vengano ripartiti tra imprese e mondo del lavoro. Pertanto, per fare in modo che l'attuale sistema economico continui a funzionare, vanno equamente ricompensati:
- i cittadini imprenditori, per gli investimenti fatti e i rischi corsi, anche perché altrimenti non faranno nuova ricerca, e/o smetterebbero di fare impresa;
- i cittadini lavoratori (lavorando meno ore per lo stesso compenso, o uguale tempo con maggiori compensi) e consumatori (pagando meno prodotti e servizi).
Buona Pasqua a tutti
