GLI UMBRI DELLA BRIGATA CACCIATORI DELLE ALPI

 

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte (all'anagrafe Curt Erich Suckert), meraviglioso giornalista e scrittore italiano della prima metà del ‘900, combatté nel Regio Esercito; fu sul Col di Lana con la Brigata di fanteria "Cacciatori delle Alpi" (in tempo di pace in parte di stanza a Spoleto), e venne nominato sul campo sottotenente e decorato con una medaglia di bronzo al valore militare.

In diverse occasioni scrisse di quel periodo della sua vita (era nato nel 1898, e quindi ha vissuto la prima guerra mondiale tra i suoi 17 e 20 anni).
Nel 1938 pubblicò sul Corriere della Sera l’articolo che segue, intitolato Umbria matta.


"Che tutti gli Umbri fossero matti, come già m’avevan detto, m’accorsi subito la mattina che scendemmo alla stazione di Perugia, ai primi di giugno del 1915.

E mi accorsi poi, nei tre anni che rimasi nella Brigata Cacciatori delle Alpi, in gran parte formata di soldati umbri, che non soltanto quelli di Gubbio, ma quelli di Perugia, di Spoleto, di Città di Castello, di Umbertide, di Terni, avevan tutti, dal primo all’ultimo, e chi più chi meno, un ramicello di quella singolare pazzia che molti, chi sa mai perché, tengono in conto di misticismo, e chiamano spirito virgiliano, ascetico, serafico, francescano.

Poi, dopo un mese trascorso nel convento di Monte Ripido, partimmo per il fronte: e furon quattro anni di guerra, sul Col di Lana, sulla Marmolada, sul Grappa, sulle rive del Piave e dell’Aisne, nei boschi di Bligny e di Verdun, sulle quote pelate dell’Asolone e dello Chemin des Dames. 

Tutti matti, non c’era da dubitarne: ma più degli altri quelli di Gubbio e di Città di Castello, che dicevano “tulì”, che dicevano ”tulà”, che dicevano ”tascpène, capitèno, mi ha fatto mèle” e si aizzavano, si mordevano, si azzuffavano tra loro, sempre ridendo, sempre vociando, ed erano i più strani soldati che io avessi mai potuto immaginare. 

Quelli di Assisi eran mezzi frati e mezzi contadini, camminavano con gli occhi per aria, ma non c’era pericolo che inciampassero, tanto erano abituati a considerare il cielo come un riflesso della terra, anzi dei loro campi e delle loro vigne. 

Quelli di Spoleto sembravano eremiti sbucati allora allora dalle spelonche e dalle selve spoletane, stavan di vedetta in ginocchio tra due sassi, come se pregassero, sparavano fucilate come se sparassero al demonio. 

Quelli di Terni parlavano a bocca torta, erano i più rabbiosi, gli unici in fatto di arrabbiature, di bizze e di spregi, capaci di tener testa a quelli di Perugia e di Umbertide. 

Lenti e tranquilli gli Orvietani, e facevan razza con quelli di Todi: gente ferma, cupa, chiusa, ma piena, al tempo stesso, di capricci, d’invenzioni, d’umori bizzarri.

Una volta, a un tale che s’era buttato per terra sotto una raffica di mitragliatrici, uno di Gubbio gridò; “che male voi che te fa', ‘nna palla ntelo stomico, co’ la salute che c’hai!”.

Un tal altro, di Umbertide, per certo torto che credeva di aver patito da un graduato, si tolse una scarpa, e per rabbia se la mise tra i denti, cominciò a morderla, se la voleva mangiare, e se non gliel’avessero tolta di bocca se la sarebbe ingoiata tutta. 

Un altro, ferito durante l’attacco al Sasso di Mezzodì, lo stesso giorno in cui morì Enzo Valentini di Perugia, si trascinava indietro urlando non di dolore, ma di rabbia. Ogni po’ si voltava verso il nemico, sputava in aria, gesticolava, rideva; e a un compagno che, con suo grave rischio, era accorso a portargli aiuto, diede un gran pugno nella testa, gridando: “ficca il naso negli affari tuoi!” e seguitò a trascinarsi per terra ridendo, sputando, vociando, e facendo sotto le raffiche delle mitragliatrici i più strani versi del mondo. Finchè vomitò sangue, e tacque.

Tutti così, tutti matti. Erano uomini pieni d’estro e di coraggio meravigliosi, e, insieme, di pazienza. Ma anche quella straordinaria pazienza era una forma della loro pazzia.

Così poco preoccupati e ansiosi della vita futura, tanto gli Umbri sono diversi come se li immaginano gli inventori della ‘mistica Umbria’; parlavano di morire come se si fosse trattato di andare in licenza invernale. 

Discorrevano di Dio e dei Santi con una singolare familiarità, ma senza ombra di sacrilegio: come di persone di famiglia, come di compaesani. 

Per quelli di Gubbio, Dio era di Gubbio. Per quelli di Passignan del Lago, Dio era di Passignan del Lago.

A Bligny, il terzo giorno della battaglia, quando ormai tutto il bosco era pieno di migliaia di morti e di feriti, ed eravamo rimasti senz'acqua, senza pane, senza cartucce, senza bombe a mano, senza mitragliatrici, il cappellano del 52° Reggimento, Don Secondo, rincuorava i superstiti dicendo: “Dio vi guarda, ragazzi!”. 

Uno di Gubbio gli gridò: “Ecco, bravo! Dije, ta lù e ta Sant’Ubaldo, che venissero giù a dà ‘nna mano!”, come se si rivolgesse non a Dio, ma ad un ufficiale, come se chiedesse cartucce e bombe ad un Colonnello. 
In quel mentre il nemico tornò per la ventesima volta all’assalto con le sue tanks e i suoi lanciafiamme, e tutti quei matti gli si buttarono addosso, vociando e sghignazzando. 

S’udivano, tra gli alberi, nell’immenso bosco pieno di fumo, urla di feriti e scoppi di risa, voci terribili e strane. 

E in realtà il nemico fu fermato, a Bligny, non dal fuoco delle nostre poche mitragliatrici e dei nostri scarsi cannoni, ma dalla meravigliosa pazzia di quei contadini dell’Umbria”.


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