UN COLPO DI STATO SVENTATO SUL NASCERE

 

435 seggi alla Camera dei Rappresentanti e 35 al Senato. 

Tanto rimaneva sulla Carta dei Diritti dei cittadini degli Stati Uniti d'America di scegliere i propri rappresentanti a novembre, quando, nella notte tra martedì e mercoledì scorso, un solo uomo ha tentato di cancellare tutto con una firma. 


Segue la ricostruzione delle 48 ore, dalle 02:14 di mercoledì 23 settembre 2026 al mattino di venerdì 25, all'interno della Casa Bianca e del Direttivo del Senato, ricostruita attraverso tre fonti indipendenti che hanno visto i documenti con i propri occhi.


Tutto è partito da una bozza di Ordine Esecutivo di sette pagine che avrebbe conferito al Presidente Trump il potere di stabilire la data delle elezioni federali, invocando i poteri militari d'emergenza. 

Il documento non è mai stato firmato, ma non perché chi lo aveva scritto avesse cambiato idea. 

Nelle quarantuno ore tra la comparsa della bozza sul tavolo e l’orario previsto per la cerimonia di firma programmata, il partito del Presidente, il suo stesso gabinetto e i suoi stessi nominati hanno fatto qualcosa che non accadeva da 8 anni. 

Hanno detto no, tutti insieme, ad alta voce e a verbale.

Quanto segue racconta come è successo, chi era presente e dove, e perché le successive 72 ore avrebbero deciso non il destino di una singola presidenza, ma quello delle elezioni americane in quanto tali. 


Tutto ha avuto inizio martedì alle 02:14 del mattino nell'Ufficio Legale della Casa Bianca. Una bozza è stata consegnata a un giovane avvocato per un visto preliminare, una formalità ordinaria, prima che il documento salisse ai livelli superiori.


Lui ha letto, riletto, e secondo quanto riferisce una fonte presente nell'edificio, ha posto al suo superiore la seguente domanda: 

"Chi ha scritto il paragrafo sulla data delle elezioni?". 

Il superiore ha risposto che non proveniva dal loro ufficio, era arrivato dall'alto, con l'indicazione che il Presidente voleva la firma entro venerdì. 


Il giovane avvocato non ha posto il visto.


Lo ha fatto un suo collega, pari grado ma con maggiore anzianità di servizio.

Ma dopo un paio d’ore una copia della bozza ha lasciato l'edificio, per arrivare, attraverso un funzionario repubblicano, ad un senatore repubblicano, che ha capito che si doveva fare qualcosa prima della cerimonia di firma, fissata per il venerdì, altrimenti (parole sue) “non ci sarà più nulla su cui votare".

Entro le 6:40 del mattino, una copia era già nelle mani del Direttivo del Senato, e alle 7:05 circolava, in una ristretta cerchia, insieme alla trascrizione di un messaggio vocale che il Presidente aveva lasciato al leader della maggioranza la sera del lunedì precedente.

Diceva, testualmente: 

"Le elezioni si terranno quando dirò io che si terranno. Il paese è in guerra e in guerra non si vota. Porta i tuoi venerdì alla cerimonia”.

Il leader della maggioranza ha convocato per le 08:30 una riunione d'emergenza del Direttivo.

Erano in quattro: il leader della maggioranza John Randolph Thune (un pragmatico che da due anni smorza i conflitti tra il Senato e la Casa Bianca); John Barrasso, Senate Majority Whip (numero due della Direzione repubblicana al Senato), un fedelissimo, un uomo che ha attraversato due epurazioni; John Cornyn, veterano del Texas, capace di contare i voti del suo stato più velocemente dei propri battiti cardiaci; e il Presidente della commissione per il riesame del regolamento, un avvocato di formazione che, secondo la fonte, aveva portato in sala la stampa della Legge Federale sulle date elettorali, lasciandola semplicemente sul tavolo. 

La Legge Federale in questione (la 2 U.S.C. § 7) recita:

Il voto si tiene in tutti gli Stati il martedì successivo al primo lunedì di novembre degli anni pari (cioè ogni due anni, il che fa coincidere l'appuntamento a metà del mandato presidenziale con i midterm). Questa norma unificata fu approvata dal Congresso nel 1845.

Il leader della maggioranza ha più riprodotto il messaggio vocale di Trump due volte, senza commenti. 

Il silenzio dopo il secondo ascolto, stando alla testimonianza della fonte, era tale da sentire il condizionatore d'aria.

 Primo a parlare è stato Barrasso:

"Ci distruggerà uno per uno, lo sapete bene. Romney, Cassidy, McCarthy, la lista è più lunga del mio mandato. In cosa è diversa questa stanza?”

E Thune ha risposto con la frase che, secondo due dei presenti, ha segnato il punto di svolta: 

“In nulla. Ci distruggerà uno per uno, comunque. La domanda è solo se cadremo difendendolo o se cadremo difendendo ciò che lasceremo dopo di noi".

Cornyn ha aggiunto la matematica arida e inquietante. 

"Nel mio Texas, la gente non mi chiede della guerra né dei dazi, mi chiede se è vero che a novembre non ci saranno elezioni. E quando comincio a rispondere, vedo le persone tirare fuori il telefono per registrare le mie parole, perché non è più una conversazione, è una prova".

Alle 9:22, i quattro avevano raggiunto un accordo su tre punti: una lettera con la posizione netta del Senato entro mezzogiorno, una telefonata al procuratore generale per chiedere se il Dipartimento di Giustizia avrebbe validato il documento, e una discreta serie di telefonate a 18 repubblicani, le cui firme sarebbero state sufficienti a rendere giuridicamente inerte qualsiasi tentativo di forzare l'ordine esecutivo ancora prima della firma.

Da quel momento, gli eventi hanno smesso di scorrere per ore e hanno cominciato a muoversi per minuti. E ogni minuto sottraeva alla bozza un pezzo di realtà concreta.

Alle 10:15, il Procuratore Generale (fu nominato da Trump), ha rilasciato una dichiarazione di due paragrafi. 

“Il Dipartimento di Giustizia non dispone di basi costituzionali per rinviare le elezioni federali stabilite per legge, e non convaliderà documenti contenenti tali disposizioni". 

Alle 11:50, 12 segretari di Stato per le elezioni, sette repubblicani e cinque democratici, hanno pubblicato una dichiarazione congiunta. 

“Le date sono fissate dalla Costituzione, le elezioni si terranno nelle date stabilite." 

Il segretario repubblicano della Georgia ha aggiunto in un'intervista una frase che entro sera era diventata il titolo di metà delle edizioni locali: 

"Ho giurato fedeltà alla Costituzione, non al calendario di qualcun altro".

Alle 13:20, sono entrati in gioco i soldi, e questo è forse il momento più sottovalutato dell'intera vicenda. Tre dei principali finanziatori dell'infrastruttura repubblicana hanno sospeso i trasferimenti in attesa di chiarimenti. 

La Camera di Commercio ha pubblicato un comunicato in cui affermava che la prevedibilità delle istituzioni è condizione indispensabile per la stabilità degli investimenti, che in linguaggio diplomatico significa: 

"Fermatevi, o saremo noi a fermare i finanziamenti".


Nel giro di 40 minuti, nella stessa sessione di borsa, il rendimento dei titoli a lungo termine è balzato di 22 punti base. Il mercato, che di solito dorme attraverso qualsiasi scandalo, si è svegliato proprio su questo, perché il mercato capisce. 

Un paese in cui la data delle elezioni dipende dall'umore di un uomo è un paese con un profilo di rischio completamente diverso, e a quel rischio viene immediatamente assegnato un prezzo.

Alle 16:45 si è incrinato ciò che per 8 anni aveva tenuto come un blocco monolitico: l'elettorato conservatore. 

Un conduttore nel prime time ha definito l'ordine esecutivo

"legittima prerogativa militare del presidente". 


Una seconda conduttrice nella stessa fascia oraria ha affermato che 

"sulla guerra si può discutere, ma sulla data delle elezioni non c'è nulla da discutere".

Un terzo ha semplicemente letto in diretta il testo della prima sezione della Costituzione, e ha taciuto per 11 secondi.

Alle 16:00, il profilo del Presidente Trump sui suoi social è esploso: 31 post in due ore, tutti in maiuscolo. 

"I firmatari della lettera sono nemici del voto",


“Il leader della maggioranza apostrofato come fantoccio dell'establishment", 

e un post separato, contenente la richiesta agli stati di

“verificare le credenziali dei propri segretari". 

Una formulazione che giuristi hanno immediatamente interpretato come un tentativo di trovare una via alternativa attraverso fedeli nominati a livello locale.

Tentativo fallito.

Alle 17:30, il vice presidente è stato fermato dai giornalisti con una domanda sola, e la sua risposta di 12 parole, priva di sì, di no, di date, della parola Costituzione, è diventata la fotografia più nitida della sua condizione. Un uomo, il cui intero valore politico è legato a questo presidente, non può né difendere l'abolizione delle elezioni né opporvisi pubblicamente. E, quindi, pronuncia 12 parole che non significano nulla. Ed è forse il suo, il suono più onesto di tutta questa storia.

Io non so se la ribellione sia stata un rigurgito di dignità, o un calcolo politico. Certo è che mercoledì mattina era trapelato un sondaggio interno al partito repubblicano sulla questione del rinvio elettorale, che rivelava come anche tra l'elettorato del partito l'idea raccogliesse solo il 31% dei consensi, contro il 61% dei contrari e l’8% degli indecisi. E ogni senatore calcolava i rischi nelle primarie: la fedeltà su questo punto poteva costare il seggio, più che salvarlo.

Alle 19:10 la lettera della Direzione Repubblicana del Senato aveva raccolto 14 firme repubblicane esplicite e altri 6 impegni riservati. Totale: 20 repubblicani, che sommati ai 40 voti democratici, raggiungevano i 60 voti necessari per rendere giuridicamente inapplicabile qualsiasi documento presidenziale in materia elettorale, ancora prima della firma. 

La soglia magica dei 20 repubblicani necessari per il blocco era stata superata in un solo giorno, più rapidamente di qualsiasi altra questione degli ultimi 8 anni.


41 ore. Tanto era sopravvissuta un'idea che il Presidente considerava propria prerogativa, dal primo abbozzo alla cancellazione. Un record negativo. Per la prima volta in entrambi i mandati, un ordine esecutivo era morto prima della firma, non per effetto dei tribunali, né dell'opposizione, ma perché le persone del Presidente stesso, con una calcolatrice in mano, avevano capito che il costo politico della sua avventura era troppo alto.


Veniamo ora agli scenari possibili, perché la storia potrebbe non essere finita, ma solo in pausa.


Primo scenario: ritiro tattico. Il presidente, fino a novembre, sposta l'attenzione su economia e immigrazione, il tema elettorale scompare dall'agenda pubblica e gli elettori continuano a votare. La lettera dei senatori finisce silenziosamente negli archivi ed entrambi fingono che non sia accaduto nulla. Ed è proprio quel come se nulla fosse accaduto a diventare il problema principale, perché il precedente del tentativo rimane nei fascicoli.

40% di probabilità.


Secondo scenario: Escalation laterale. Avendo constatato che l'attacco frontale sulla data non ha funzionato, la Casa Bianca prova strade alternative: epurazioni nei ministeri, pressioni sui singoli segretari di stato, tentativi di aprire procedimenti, attraverso il Dipartimento di Giustizia, contro gli oppositori, con il pretesto del tempo di guerra. La guerra contro le elezioni continua, ma per piccoli passi, più difficili da bloccare con una sola lettera.

45% di probabilità.


Terzo scenario: scontro costituzionale aperto. Un nuovo ordine esecutivo viene comunque firmato. Stati e tribunali lo bloccano nel giro di pochi giorni, e il paese entra in novembre con due legalità parallele, il che di per sé altera il risultato del voto indipendentemente dalle schede.

15% di probabilità


Insomma, chi vivrà vedrà!

Vado a comprarmi una palla di vetro.


Buon fine settimana, gente!


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